Bufale
Di Paolo G. Fontana*
Esiste in italiano un’espressione ormai assai comune per indicare quelle notizie infondate o fake news che sono state create al preciso scopo di creare e diffondere disinformazione: «bufale».
L’origine di questa accezione non è chiara, e neppure l’autorevole Accademia della Crusca è riuscita a venirne a capo: potrebbe derivare dall’espressione «menare per il naso come un bufalo», nel senso di raggirare qualcuno, oppure da un uso più recente del dialetto romanesco – nei primi decenni del Novecento – in cui sarebbe sinonimo di «fregatura», dalla pratica di alcuni disonesti ristoratori di servire carne di bufala spacciandola per la più pregiata carne di vitella oppure dal gran numero di persone che si sarebbero infortunate scivolando a causa di scarpe con suole in pelle di bufalo, ben più economiche del cuoio; il linguista Tullio De Mauro sosteneva, dal canto suo, che si dovesse far derivare dall’uso sempre romanesco di definire «bufalo» una persona rozza e ottusa (come si dice «bue» di una persona stupida); e le ipotesi non finiscono qui. Insomma: chiunque volesse vantarsi di aver trovato la «vera origine» di questa espressione starebbe cercando di vendervi una bufala.
Se nel campo dell’allevamento le bufale costituiscono solo una piccola parte del bestiame, altrettanto non si può dire nel campo dell’informazione. Lì le bufale pascolano ormai indisturbate e non temono neppure più di essere acciuffate, ovvero smascherate: si muovono in grossi branchi e poi si disperdono un po’ ovunque, in angoli di prato pressoché irraggiungibili. Le grandi campagne elettorali degli ultimi anni ci hanno mostrato che le bufale non disdegnano neppure i pastori-robot, i famigerati social bot; quelli che chiamavamo troll dovranno presto rassegnarsi a cercare un altro mestiere.
Molti dicono perciò checombattere le bufale non serva a nulla e sia persino controproducente, dando loro ulteriore visibilità: catturarle e riportarle nel recinto della realtà – il cosiddetto debunking – è tempo perso, perché le bufale sono artiste della fuga. Una recente ricerca del MIT di Boston ha infatti mostrato che le false notizie si diffondono inizialmente con una velocità di sei volte superiore a un’informazione basata sui fatti e che loro duplicazione incontrollata, vale a dire il retweet «a cascata», ha possibilità di dieci o persino 20 volte superiori rispetto a una notizia vera.
Che siano intenzionalmente manipolate per sostenere un obiettivo politico, per creare caos o semplicemente pensate per ottenere un titolo «ad effetto», sembra infine che le bufale, anche quelle più improbabili, abbiano tanto successo per il mero fatto di essere bufale (e non mucche), ovvero un qualcosa che è almeno un poco più «originale» e, soprattutto, almeno un poco più capace di suscitare emozioni – curiosità, sorpresa, disgusto, spavento, … – rispetto a una realtà spesso percepita come «banale» da cui molti vorrebbero fuggire.
*Paolo G. Fontana, classe 1981, ha conseguito il dottorato in Storia del federalismo e dell’unificazione europea presso l’Università di Pavia. Dal 2014 è collaboratore scientifico della Pro Grigioni Italiano.++
Gust da leger dapli?