Ex linguis gen(te)s
Di Paolo G. Fontana*
Pensando all’episodio della torre di Babele, l’erudito vescovo Isidoro di Siviglia scrisse che «ex linguis gentes, non ex gentibus linguae exortae sunt», «i popoli sono nati dalle lingue, non le lingue dai popoli». Su questa scia il filosofo napoletano Giambattista Vico affermò molti secoli più tardi che «le indoli dei popoli si formano con le lingue e non le lingue con le indoli». La definizione di che cosa è un popolo appare dunque legata a doppio filo con la lingua – al singolare – che lo caratterizza.
Un’idea poi trapassata attraverso il pensiero del Romanticismo nell’elaborazione concettuale dello stato nazionale tra Otto e Novecento. Vista la storia come un progressivo e ormai sempre più imminente processo di «disvelamento» delle nazioni, ovvero degli stati nazionali, la lingua diveniva quell’elemento «naturale» e riconoscibile in cui la nazione – intesa come entità «originaria» – poteva trovare il proprio fondamento. In questo contesto, per le minoranze inglobate negli stati nazionali che parlano una lingua differente da quella della maggioranza resta al massimo – quando le cose vanno per il meglio – lo spazio per una bonaria sopportazione della loro diversità.
Come ben sappiamo, l’assioma dello stato nazionale non ha avuto presa (e come avrebbe potuto?) sulla Confederazione svizzera, benché non siano mancate in passato visioni tese a trovare perlomeno un elemento comune in una presunta «storia morale» dei Confederati quali uomini contraddistinti da antiche «virtù alpine» e perciò votati a una ferrea difesa della propria «libera libertà», come osservò Machiavelli: germogli poi sbocciati molto più tardi, anche e forse soprattutto in una prospettiva difensiva, mentre in tutta Europa il nazionalismo giunge al proprio culmine (e alle sue tragiche conseguenze).
Nel discorso svizzero moderno, però, la lingua – al singolare – non ha mai autenticamente trovato posto. Ha trovato invece posto, nel pensiero e nella Costituzione, l’idea così formulata dal giurista Cyril Hegnauer, allievo del celebre Zaccaria Giacometti: «Die Schweiz wird vielsprachig sein, oder sie wird nicht sein». Ex linguis gens…
Ma se questo principio è ormai saldamente ancorato nel pensiero e nella Costituzione, i fatti molto spesso ancora faticano a darne conto. Basti citare tra i molti esempi il rapporto quadriennale della Delegata federale al plurilinguismo pubblicato appena qualche giorno prima del Natale e perciò passato sotto silenzio: la presenza delle minoranze linguistiche nell’amministrazione pubblica non arretra ma neppure fa veri passi avanti. Ci si deve chiedere perciò che cosa succederebbe se il tema non fosse costantemente oggetto di attenzione politica, se fosse – per così dire – dimenticato dai pochi che se ne interessano.
Dobbiamo perciò ricordare, con lo scrittore e filosofo Ernest Renan, che anche il nostro plurilinguismo, in special modo quello delle più piccole minoranze, è un po’ «un plebiscito di tutti giorni».
* Paolo G. Fontana, classe 1981, ha conseguito il dottorato in Storia del federalismo e dell’unificazione europea presso l’Università di Pavia. Dal 2014 è collaboratore scientifico della Pro Grigioni Italiano.
La convivenza da las linguas e culturas en il Grischun – quai è il tema da las columnas che cumparan sut il titel «Convivenza» e che vegnan publitgadas mintga glindesdi en la «Südostschweiz» ed en La Quotidiana.
Gust da leger dapli?